Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy

Martedì, 19 Febbraio 2019
itenfrdees

Search

Rubriche

« February 2019 »
Mon Tue Wed Thu Fri Sat Sun
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28      

31 gennaio 1865: quando venne abolita la schiavitù americana (o forse no)

Posted On Giovedì, 31 Gennaio 2019 10:08

Il 31 gennaio del 1865 veniva ufficialmente abolito l’istituto della schiavitù nel Stati Uniti d’America: ufficialmente, visto che possiamo parlare di un’operazione quasi esclusivamente di facciata. Negli USA ma non solo, perché naturalmente questa istituzione ha continuato e continua tranquillamente nella quasi totalità del pianeta, Italia compresa. Se tutti gli schiavi del mondo si riunissero in un solo paese, costituirebbero il 27° stato più popoloso del mondo: ad oggi sono 48,5 milioni le persone che vivono in stato di schiavitù o vittime del traffico di esseri umani.

In questo quadro si inserisce anche l’Italia che con i suoi 129.600 schiavi è al terzo posto in Europa dietro solo a Polonia e Turchia: e questi sono solo alcuni dei dati raccolti nell’Indice Globale della schiavitù redatto dall’organizzazione non governativa Walk Free Foundation (WFF) che per il quarto anno consecutivo ha analizzato l’incidenza della schiavitù in 167 paesi del mondo. Naturalmente, a quasi tutti fa comodo negare questa realtà, in primis a i nuovi schiavisti: caporali che angariano i raccoglitori di pomodori al sud, coloro i quali sfruttano i clandestini cinesi nelle fabbriche di borse e pelletteria, i papponi che schiavizzano le prostitute nigeriane. Tiziano Terzani scrisse che:

Tu vendi il tuo tempo, le tue giornate, per cui lo stipendio che ti danno è una sorta di ricompensa perché ti hanno rubato qualcosa.

A chiarire il concetto può aiutare la dichiarazione di Andrew Forrest, fondatore della WFF: «La schiavitù moderna concerne situazioni di sfruttamento cui la vittima non può sottrarsi a causa di minacce, violenza, coercizione o abuso di potere». Il che, grazie a governi, sindacati nazionali, riforme del lavoro ed economisti d’accatto riguarda la quasi totalità delle posizioni lavorative dell’occidente industrializzato.

In Italia la situazione dovrebbe essere ancora più lampante. Siamo il Paese delle multinazionali fasulle, dove vengono premiati finti manager per il non raggiungimento degli obiettivi aziendali ma che attuano ancora la strategia fordista di non dare mai al lavoratore ciò di cui avrebbe bisogno. Siamo il Paese dove esistono gli Uffici Destinazioni Diverse dalla Residenza il cui scopo è quello di porre le persone in costante stato di disagio e bisogno: tra turni di lavoro, tasse, regolamenti assurdi, mancanza di strutture, tutto è strutturato per creare, come teorizzava Zygmunt Bauman, una forbice di disuguaglianza sociale sempre più ampia. Per capire la riforma del lavoro e lo stato mondiale dell’arte a riguardo, pregasi (ri-)leggere Furore di John Steinbeck.

All’atto pratico, la nostra cultura è intrisa di tendenza allo schiavismo: in Italia abbiamo persino il saluto informale per eccellenza che richiama sottomissione e schiavitù, e l’avevamo pure affibbiato alla mascotte più brutta della storia dei Mondiali di calcio. Ma va detto che in tal senso ci hanno addestrati anche 200 anni di sottomissione ecclesiastica, con una fede che ruota attorno alla mortificazione del corpo e dell’anima, e che nella sua liturgia (non diversa in questo dall’Islam e molte altre confessioni) prevede una cadenza tale da raggiungere il proprio scopo principale, ossia quello di impedire lo sviluppo del libero pensiero e della personalità.

Il fatto è che la gente non vuole essere libera: la persone vogliono divano, Pay TV, lotterie e potersela prendere liberamente con i derelitti ancora più derelitti di loro, perché la libertà comporta decisioni e responsabilità che sono le cose che più terrorizzano l’essere (in-)umano. Per cui, lasciamo tranquillamente, in cambio di qualche pezzo di pane e un po’ di giochi, che «the men in the shadows» (cit. Jackson Browne) decidano non solo del nostro comportamento durante le ore di lavoro, ma condizionino ogni secondo della nostra esistenza in funzione di queste, e monitorino ogni singolo movimento, da quelli fisici a quelli economici, con la nostra complicità e richiesta in cambio di un falso senso di stolida sicurezza (ah, questi attentatori coi documenti al seguito).

E quindi, celebriamo un po’ pateticamente questo 31 gennaio, poiché 153 anni or sono venne approvato in questa data il XIII emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, che nel 1865 mise al bando la schiavitù nei 36 Stati allora rappresentati dal Congresso. Si portava così a compimento un iter lungo e doloroso, che nel 2012 varrà due Oscar al film di Steven Spielberg Lincoln, dei quali il terzo personale - meritatissimo - a Daniel Day Lewis, e nel 1865 stesso era valso al Presidente Abrham Lincoln una pallottola.

Una morte assolutamente inutile, naturalmente, come tutte quelle dei grandi personaggi che si sono battuti per libertà e giustizia, come si evince dal fatto che in quell’anno si calcola esistessero negli Stati Uniti circa 40.000 schiavi, mentre come detto oggi nella sola Italietta sono quasi il quadruplo secondo il calcolo più ottimistico, ma diventano milioni se valutassimo la reale libertà di gestione del proprio tempo complessivo.

Ma, a questi attentatori manca una preparazione letteraria: John Wilkes Booth non avrebbe in effetti potuto leggere Il Gattopardo, ma se avesse potuto forse avrebbe capito l’inutilità dell’uccisione di Lincoln, che determinò un enorme cambiamento in virtù del quale nulla, in effetti, è cambiato. Tomasi di Lampedusa invece lo aveva capito tanto bene che, contro ogni prassi di suspense narrativa, pose la sua frase più famosa in bocca al Principe di Salina fin dall’inizio del racconto: come una verità lapidaria sotto la quale giacciono da Lincoln a Falcone e Borsellino, sotto l’ombra avvoltoiesca della schiavitù di massa.

Fonte: artspecialday.com

 

 

 

Search